mercoledì 30 luglio 2025
venerdì 27 gennaio 2017
LA DONNA VELATA DI NERO di Giuseppe C. Budetta
La donna velata, o meglio, da come mi
sembrava nel sogno, la giovane ammantata con una specie di burka nero, mi
appariva come un idolo di altri tempi. Al suo cospetto, avevo prima un senso di
terrore e poi una profonda riverenza, un timoroso assoggettamento della mia
persona, una sensazione che avevo da bambino in chiesa, davanti alle imponenti
statue dei santi benedicenti. Diradandosi la nebbia, l’immagine della fanciulla
era affiancata da una casetta di campagna e da una quercia centenaria. Da
sveglio, mi sembrò che la casetta con la gigantesca quercia fosse stata simile
a quella lasciatami in eredità dagli avi. La casetta a due piani, con ampio
terrazzo verso Salerno, sorgeva su una collinetta non distante da Paestum.
Avevo capito che era quello l’edificio decadente da sfondo alla fanciulla che
mi visitava nei sogni, profferendo con delicata voce sempre le stesse frasi che
in italiano vogliono dire: Sono l’ombra
di te. Sono la nera Chera e non ad altri, ma a te voglio dire queste
cose: temo che non sfuggirai al
pericolo.
Quelle frasi nascevano forse dalle
profondità del cervello? oppure prendevano forma dal buio della sfera
inconscia? Avevo studiato il greco classico ai tempi del liceo e poteva essere
che a livello inconscio me lo ricordassi. In me, abitava forse un altro essere
che cercava di emergere alla vita?
Cercavo di non pensarci, ripetendomi che era
un sogno. Uno di quei sogni ricorrenti che dopo qualche mese svaniscono dalla
mente, così come arrivati. Nella Teogonia, Esiodo dice che la Chera era nata
per partenogenesi dalla Notte. Nelle mie notti tetre, affiorava dall’io onirico
la fanciulla velata. Quella fanciulla voleva simboleggiare la notte cupa in cui
la mia esistenza si dimenava? Lei la
personificazione della mia solitudine? Su un quotidiano, lessi la frase che
Jung aveva fatto scolpire sulla porta di casa: Vocatus atque non vocatus deus aderit.
E’ un antico oracolo di Delfi, tradotto in latino da Erasmo di
Rotterdam: Invocato o meno, il divino
sarà presente.
Nei primi tempi, non mi preoccupai del sogno ricorrente e di quelle
frasi che come una spada di Damocle mi pendevano sul collo. Andavo regolarmente
in facoltà e continuavo le ricerche d’immunoistochimica coi dottorandi. Il
ricordo dell’incubo notturno riemergeva nei momenti di minore concentrazione
sul lavoro, quando volevo riposarmi con la mente, oppure subito dopo la lezione
in aula. Più volte stavo per bloccarmi in aula davanti alla platea degli
studenti, avendo ravvisato nel volto di una ragazza coi capelli neri e le
lunghe sopracciglia ad arco quello della donna velata che mi appariva
negl’incubi notturni. Tempo dopo, sbirciando dalla finestra dello studio in
facoltà, vidi la studentessa che in aula aveva attirato la mia attenzione. Una
bella ragazza dai capelli lisci, nero corvini, divisi in due bande e tenuti
stretti alla nuca da un tupè. Camminava con lo zaino sulle spalle e la mano
nella mano affianco al ragazzo.
Guardando meglio, conobbi il dott. Rinaldi. Era lui il fidanzato. Dissi
bravo il Rinaldi, complimenti. L’unico nesso tra la donna dei miei incubi e la
fidanzata del Rinaldi che stava passando per il cortile della facoltà era la
mia mente stressata, in preda agl’incubi notturni. Quella studentessa aveva una
forte rassomiglianza con la donna velata che nel sogno pronunciava contro di me
frasi minacciose. Oppure ero io a vederne la stretta rassomiglianza. Mentre la
osservavo nel cortile della facoltà, si era girata in direzione della mia
finestra e forse aveva visto che la osservavo. Scattai subito indietro,
chiudendo la tendina.
Più cercavo di non pensare all’incubo notturno e più ci rimuginavo.
Cercai di spiegarmene il significato. Speravo che una volta inquadrato
l’evento, la paura mi sarebbe scemata e con essa, quei sogni terrificanti.
Heidegger ne era convinto: l’Uomo è una mescolanza di manifestazione e di
nascondimento.
La parte recondita della mia psiche emergeva nell’incubo notturno col
volto velato di una bella dea pagana, ammonendomi di un addiveniente pericolo.
Oppure, come diceva Jung, l’apparizione della fanciulla era dovuta al fatto che
la dimensione immateriale della realtà del mondo circostante si rivela nella
sua autenticità con la trascendenza divina. La metafisica è dunque reale quanto
la fisica? Un passo dell’Iliade accrebbe il sospetto. Prima di addormentarmi,
mi ero messo a leggere alcuni versi dell’Iliade di Omero:
L’auree bilance
sollevò nel cielo
il gran Padre, e due Chere entro vi pose
di mortal senno eterno: una di Achille,
l’altra di Ettorre: le librò nel mezzo,
e del duce troiano il fatal giorno
cadde, e ver l’Orco declinò. Dolente
allor Febo lasciollo in abbandono.
Per gli antichi,
il destino di ognuno sarebbe insito in statue simboliche, custodite presso il
Padre Giove. Frantumandosi una di quelle statue, la vita dell’eroe la cui
immagine a quella statua corrispondeva, si spezzava. Poteva essere quello il
pericolo incombente su di me? Un mio collega, un neuropsichiatra della II
Facoltà di Medicina di Roma e con vari incarichi alla Tuscia di Viterbo, mi
spiegò che vediamo la realtà del mondo esterno con computazioni inconsce,
effettuate dal cervello, di volta in volta. L’infinità dei calcoli
computazionali all’interno del nostro cervello è la trasduzione immediata del
cosiddetto mondo sensibile. Sapevo queste cose perché le insegnavo agli
studenti, ma il collega neuro-psichiatra le affrontava nella pratica, avendo
diversi incarichi anche negli ospedali e numerosi pazienti da curare. Mi disse
che alcuni dei suoi pazienti soffrivano di disturbi di paura e di ansia ed
avevano delle connessioni alterate tra la corteccia pre-frontale ed il Nucleus accumbens. Avrei dovuto dunque
farmi fare una TAC al cervello?”
Gli chiesi, ma senza far capire che ne ero interessato in modo diretto,
glielo chiesi come un quesito fuoriuscito dalle mie ricerche scientifiche:
“Nel sonno, alcune aree cerebrali
agiscono sulla bidimensionalità dei ricordi?”
Mi disse che nel sonno viene a mancare la
terza dimensione, propria del mondo reale e per questo il cervello comincia ad
elaborare immagini simboliche, quelle che costellano i nostri sogni. Come il
collega faceva intendere, il sogno contiene rappresentazioni che nel mio caso
specifico, sarebbero state condizionate da una intensa attività dell’amigdala,
la parte profonda del cervello correlata alle sensazioni negative della paura.
Inoltre, potevano esserci connessioni difettose tra corteccia pre-frontale e Nucleus accumbans. Gli chiesi: “A che
sono dovuti i sogni ricorrenti?”
“Ne soffri?”
Dovevo confidarmi con qualcuno che ne
sapesse più di me dal punto di vista scientifico:
“Vedo una donna che mi si para
davanti…una donna velata di nero.”
Fu sbrigativo. Parandosi sotto
l’architrave del suo studio come una sentinella, disse:
“I sogni
ripetuti possono significare l’impossibilità a svolgere un compito, un’azione
superiore alle proprie possibilità, la presenza di un ostacolo, più o meno
esplicito.”
Avevamo fatto il liceo
classico assieme e filone con le rispettive fidanzate. Perciò in onore dei
vecchi tempi, fu più esplicito:
“C’è qualcuno che ti mette
i bastoni tra le ruote in dipartimento?”
“Sto divorziando.”
“Può essere questo. Devi
scoparti qualcuna…oppure…”
“Oppure?”
“Giocati i numeri al lotto.
Coi sogni ricorrenti si vince, così dicono.”
“Ciao.”
Mi prendeva in giro coi numeri del lotto.
Non m’invitò ad entrare e mi chiuse la porta in faccia per la fretta. La sua
vita era affastellata dal lavoro. Non mi offesi per la porta chiusami in
faccia. Lo faceva con tutti, forse perché aveva sempre fretta e non voleva
perdere tempo con lunghe discussioni e spiegazioni. Non avrei potuto fornirgli
altri particolari: la donna velata, la frase minacciosa in greco antico, il
terrore che mi attanagliava quando la donna velata mi appariva regolarmente
ogni notte in sogno…la sensazione che la donna velata esistesse per davvero, ma
non nei miei incubi.
Come neuropsichiatra, poteva spargere la
voce in giro che ero mezzo pazzo o del tutto pazzo, nuocendo alla mia già
traballante reputazione.
Lobi frontali, problemi d’interconnessione
tra cellule nervose. Input cerebrali aberranti. Da lì si originavano i miei
incubi? Tra me e me, ripetevo le nozioni che da anni spiegavo agli studenti del
mio corso: I lobi frontali sono stati gli ultimi a svilupparsi
nell’evoluzione del cervello umano e ne costituiscono più del 40% del volume
totale. I lobi frontali sono anche gli ultimi a connettersi col resto della
materia cerebrale, nell’individuo giovane. Di fatto, tale connessione si
completa intorno al ventesimo anno di vita. Nel maschio, la maggiore ampiezza
ed asimmetria dei lobi frontali potrebbe incrementare
la predisposizione alla malattia schizofrenica, nel senso che uno squilibrio
dei mediatori chimici, o di circolazione sanguigna, o un alterato rapporto
sostanza grigia/bianca in questa regione anatomica, troverebbero condizioni di
amplificazione patologica negli asimmetrici parametri morfo - strutturali.
…Parametri morfo-strutturali non congeniti
alla realtà…predisposizione alla malattia schizofrenica…lobi frontali
difettosi…cos’altro mai poteva essere?
martedì 10 gennaio 2017
IL COLORE DEL CIELO di Teresa Regna
But the fool on the hill
Paul
McCartney
sees
the sun going down
and
the eyes in his head
see the world spinning round.
see the world spinning round.
Paul
McCartney
Si chiamava Josh, ma per
tutti era semplicemente ‘lo scemo’. Viveva da solo, in una casa sulla collina.
E possedeva il colore del cielo. Quello autentico, non quello che veniva
erogato dalla cupola che imprigionava il villaggio, isolandolo dal resto del
mondo.
Gli altri vedevano le
stagioni simulate, l’alternarsi senza fine di giorni e notti di uguale durata,
lo splendore del sole o le nubi cariche di pioggia, a seconda delle necessità
del raccolto e della comunità. Lui, lo scemo del villaggio, poteva godere lo
spettacolo del colore del cielo, di quel cielo che sovrastava la cupola, che
giganteggiava su una terra ammalata per colpa della follia dell’umanità. Il
vero cielo, col suo vero colore.
“’Giorno”, biascicò,
mentre insinuava la sua notevole mole oltre la porta a vetri dell’emporio.
Due donne erano intente
ad osservare la mercanzia, mentre dietro il banco troneggiava la padrona del
negozio, un donnone più largo che alto. Nessuna di esse si curò di rispondere
al saluto del giovane.
Attese che le clienti
che lo precedevano terminassero i loro acquisti, poi si avvicinò al banco con
la sua andatura ciondolante, indolente come i pensieri che gli attraversavano
la mente. “Vorrei del sale”, dichiarò.
“È razionato”, gli fece
notare, in tono sgarbato, la proprietaria dell’emporio. Le mani sui fianchi, lo
fissava con l’espressione che si assume, di solito, con gli insetti molesti: un
misto di disgusto, repulsione, e fascinazione per l’orrido.
“Lo so”, sillabò,
lentamente, Josh. “Mi occorre lo stesso. Per cucinare”.
La donna prelevò un
pacchetto di carta bianca, lo posò sulla bilancia vecchio stile, grugnì qualcosa
di inintelligibile, e ne tolse un cucchiaino. Infine, porse l’involto al
giovane che la fronteggiava, storcendo il labbro con disapprovazione. Se fosse
stata lei a scrivere le leggi che governavano il villaggio, avrebbe gettato
quel rifiuto umano fuori dalla cupola, nell’atmosfera carica di veleni
radioattivi, sotto il vero cielo il cui simulacro ostentava come un trofeo. Era
soltanto un peso morto, un inutile, stupido mangiapane a ufo, che consumava le
razioni che sarebbe stato più proficuo destinare a un distinto padre di
famiglia.
Josh gettò la moneta che
serviva a pagare il sale sul banco, esprimendo con quel gesto lo stesso
disprezzo di cui era fatto oggetto dalla proprietaria del negozio. Il tintinnio
venne fermato dalla mano aperta della donna, nello stesso istante in cui il
cliente indesiderato imboccava l’uscita.
Anche se era consapevole
di non essere molto intelligente, il giovane non era stupido come tutti i suoi
compaesani credevano: la sua mente faticava a comprendere alcuni concetti, e il
suo corpo faticava a mettersi in moto. A volte, la mente e il corpo non
riuscivano ad andare daccordo, per cui movimenti o pensieri inconsulti lo
lasciavano interdetto, incapace di spiegarsene la ragione. Però sapeva alcune
cose che gli altri ignoravano, e studiava il colore del cielo per imparare a
riconoscerlo in ogni momento della giornata.
Leggeva molto. Con
calma, un paragrafo al giorno, cercava di imparare quanto più poteva dai libri
lasciatigli in eredità dai genitori. Insieme al colore del cielo e alla casa
sulla collina. Erano due scienziati, molto intelligenti e altrettanto buoni.
Gli avevano spiegato che la sua lentezza era causata da una malattia,
incurabile, che l’aveva colpito da bambino. Peccato che fossero morti entrambi
durante la prima fase della guerra: gli mancavano molto.
Era sempre solo, Josh. O
per la maggior parte del tempo. Leggeva, contemplava il cielo, parlava con gli
animali. Possedeva due gatti e un cane: i suoi unici amici. Non li aveva mai
legati, come facevano tutti per evitare che i loro animali scappassero, né
aveva mai pensato di cibarsene, come facevano alcuni quando la carestia
arrivava a flagellare il villaggio. Avrebbe preferito morire di fame,
piuttosto.
“Dog!”, chiamò,
indirizzando la voce possente verso l’unico boschetto ancora intatto, situato
non lontano dalla sua casa. Un pastore tedesco più basso del normale arrivò, di
corsa, e sedette sull’erba rada, di fronte al giovane. “Bravo”, lo lodò,
accarezzando la testa morbida, e fissando lo sguardo negli occhi intelligenti
dal cane. Sedette sulla vecchia panca che aveva recuperato da un cassonetto, e
pose sulle ginocchia una sorta di specchio dallo spessore sottilissimo.
“Fammi compagnia mentre
guardo il colore del cielo”, disse. Inclinò l’oggetto in modo che la luce del
sole artificiale potesse colpirlo, e premette un piccolo pulsante posto sul
bordo. Sulla superficie liscia cominciò a formarsi un’immagine: nuvole rosate,
che si rincorrevano lungo una via celeste cupo, attraversate da alcuni raggi di
luce violetta.
“Lì fuori è il tramonto”, spiegò Josh. Il cane
emise un sibilo prolungato, come se avesse capito l’affermazione del suo
padrone. Un lampo di luce più intensa degli altri si propagò lungo l’immagine
del cielo, mentre la notte scendeva ad ammantare la terra. “È bellissimo!”,
esclamò il giovane. “Cat, Cattie, venite a vedere anche voi”, chiamò a raccolta
i gatti. Un maschio dal pelo multicolore e una femmina tigrata, arancione con
la gola bianca, accorsero al suo richiamo. Erano abituati a quel rituale, pertanto
salirono sulla panca e allungarono i loro musi fino a sfiorare il portentoso
oggetto.
“È ora di preparare la
cena”, soggiunse, dopo un po’. Spinse ancora una volta il pulsante
seminascosto, e l’immagine del cielo scomparve: la superficie divenne translucida
come un comune pezzo di vetro. “Forse pioverà”, borbottò tra sé, mentre
rientrava in casa. “Pioggia acida, ma vera”.
Qualche giorno più
tardi, mentre il sole artificiale splendeva alto nel cielo della cupola, Josh
prese il suo oggetto preferito, e sedette sulla panca, immobile e guardingo.
Temeva sempre che qualcuno tentasse di rubarglielo, pertanto lo custodiva come
il più caro dei tesori.
Appena lo schermo
ultrapiatto venne acceso, il giovane capì che qualcosa non andava per il verso
giusto: alcuni puntini scuri attraversavano la coltre di nuvole grigie che
ricopriva il cielo. Piccoli oggetti neri che entravano e uscivano dalla nubi,
come se fossero impegnati in un colossale torneo di nascondino.
D’improvviso, sia il
cielo vero sullo schermo che quello finto che sovrastava la collina
cominciarono a roteare vorticosamente. La terra oggi gira più in fretta del
solito, pensò Josh per una frazione di secondo. Poi altri pensieri gli
affollarono la mente, turbinando come volatili impazziti. E seppe cosa stava
per accadere.
Abbandonò la sua eredità
sulla panca, incustodita, e corse a perdifiato verso il villaggio. L’aria
entrava e usciva dai suoi polmoni a velocità spaventosa, e le sue gambe si
muovevano tanto in fretta che gli pareva di avere delle ruote al posto dei
piedi.
“Siamo in pericolo”,
urlò, concentrando il poco fiato che ancora gli rimaneva in due sole frasi. “Ci
attaccano”. Si fermò, ansimando come se avesse appena concluso la maratona,
nella piazza principale del villaggio. Non era abituato a correre, e dovette
attendere che il cuore smettesse di battere all’impazzata prima di poter
ripetere l’avvertimento al gruppetto di persone che chiacchieravano del più e
del meno, inconsapevoli del pericolo mortale che incombeva su di loro. “Dovete
chiamare il sindaco”, esalò, quasi senza fiato. “Bisogna attivare lo scudo”.
Alcuni sguardi
perplessi, insieme ad altri indifferenti, si posarono su di lui. Nessuno era
disposto a prestar fede alle sue parole.
“La cupola è il nostro
scudo”, affermò una donna anziana, puntando verso l’alto il dito teso.
“Non serve a nulla
contro un attacco aereo”, le fece notare Josh. “Dobbiamo attivare lo scudo
spaziale”.
“La guerra è finita da
un pezzo”, commentò un uomo poco più vecchio di lui. “Che sciocchezze cerchi di
propinarci?”.
Il giovane morse le
labbra per non rispondergli a tono, incamminandosi subito dopo verso la casa
del sindaco. L’uomo, basso e quasi completamente pelato, era intento a zappare
il suo orticello, e non interruppe il lavoro nemmeno per un istante.
“Stiamo per essere
attaccati”, lo avvertì Josh. “Ho visto gli aerei sul mio schermo”.
“Li avrai sognati,
ragazzo”, borbottò il sindaco.
“Soltanto io posso
vedere cosa succede al di sopra della cupola”, incalzò il giovane. Non
intendeva arrendersi di fronte all’indifferenza dei compaesani, ma non sapeva
come far capire all’interlocutore che diceva la verità.
“Lo so, possiedi il
colore del cielo”, lo canzonò l’uomo, mentre continuava a dissodare il terreno
con gesti misurati e precisi.
“Mio padre....”, riprese
Josh.
Venne interrotto dal
tono seccato del sindaco. “Era un grande scienziato. Invece tu sei uno scemo
ancora più grande”.
Ferito da quell’insulto
gratuito, il giovane girò sui tacchi. “Volevo solo essere d’aiuto”, sbottò,
prima di andarsene. “Ma voi meritate quello che sta per succedere. Tutti!”.
Percorse la strada che
conduceva alla collina a passo svelto, ma senza correre: non si deve aver
fretta quando si è in procinto di affrontare l’inevitabile. Arrivato a casa,
recuperò il suo tesoro dalla panca sulla quale l’aveva lasciato, e chiamò gli
animali. “Dog, Cat, Cattie, andiamo a rifugiarci in cantina”, ordinò, in tono
perentorio. “Chissà se servirà a qualcosa”, aggiunse, a mezza voce.
Lo schermo che mostrava
il colore del cielo era rimasto acceso; Josh gli diede un’ultima occhiata prima
di entrare in casa, seguito a ruota dal cane e dai gatti. Una pioggia piuttosto
intensa inondava la terra, mentre le sagome degli aerei nemici divenivano
sempre più chiare, grosse e minacciose. Oltre alla terra, anche il cielo era
malato, rifletté il giovane.
Sceso in cantina, si
accucciò sotto un vecchio tavolo che occupava quasi per intero una parete, e
abbracciò Dog, in attesa dell’esplosione che avrebbe distrutto la cupola. Cat e
Cattie si sistemarono accanto alle gambe del tavolo, uno per ciascun lato, come
due sentinelle pronte a difendere il loro territorio dall’invasione. Quando il
primo boato squarciò il silenzio, però, anche i gatti si avvicinarono al
padrone, in cerca di conforto.
“State buoni, tutti e
tre”, intimò Josh. “Presto sarà tutto finito, in un modo o nell’altro”. Osservò
con la coda dell’occhio lo schermo che aveva deposto accanto a sé: nonostante
fosse ancora acceso, era buio come una notte senza stelle. Nemmeno il suo
oggetto preferito voleva vedere il colore del cielo, in quel momento.
La seconda esplosione fu
seguita da un rumore di vetri infranti e di mobilia che precipita. La terza non
venne udita dal giovane: il tavolo sotto il quale aveva cercato rifugio era
caduto, colpendolo alla testa. Quando riprese i sensi, un silenzio irreale lo
circondava. E tre lingue raspose lo leccavano sul volto sporco di polvere.
Si rialzò a fatica,
tastando la ferita dalla quale il sangue continuava a sgorgare. Dog gli leccò
una mano, con dolcezza. “Sei un bravo infermiere”, gli sussurrò. “Ma ora che ce
l’abbiamo fatta devo trovare un pezzo di stoffa per fasciarmi la testa”.
La porta della cantina
era bloccata: qualcosa di molto pesante impediva a Josh di aprirla. Provò a
sfondarla con un calcio, ma non ottenne nessun risultato, quindi afferrò una
corta asta di ferro che giaceva in un angolo e si gettò contro la porta con
tutto il suo peso. Uno spiraglio si aprì, e i gatti si precipitarono attraverso
di esso. Facendo leva a poco a poco con l’asta, riuscì ad ingrandire lo spiraglio
fino al punto da poter passare al di là della porta. Dog lo seguì, guaendo
tutta la sua disperazione. Un fazzoletto sporco, prelevato da quello che fino a
pochi attimi prima era stato un cassetto, venne legato sulla fronte, a mo’ di
fasciatura.
La casa era a pezzi: il
tetto era crollato, e i suoi resti erano sparsi dappertutto, le mura esterne
erano alte soltanto un paio di palmi, mentre quelle interne non esistevano più,
polverizzate dall’esplosione. I mobili erano ridotti ad un cumulo di rottami
inservibili, e dei soprammobili non esisteva un frammento più grande di
un’unghia.
Josh cominciò a
percorrere ciò che rimaneva della sua casa, e si rese conto che soltanto il
letto era quasi intatto, poiché l’armadio che si trovava alla sua sinistra era
stato catapultato all’esterno, nel punto in cui prima c’era la finestra. La
libreria era crollata, e i libri che il giovane tanto amava giacevano scomposti
sul pavimento, ricoperti dai resti dei mobili e dalla polvere che si era posata
sopra ogni cosa.
La scena apocalittica,
che avrebbe sconvolto chiunque, non impressionò poi molto Josh. “Porterò il
letto in cantina”, annunciò agli animali, che annusavano qui è là,
apparentemente più spaesati del padrone. “D’ora in poi, abiteremo di sotto”.
Appena
ebbe pronunciato questa frase, scese a precipizio le scale che portavano in
cantina: in preda alla preoccupazione per la propria incolumità, aveva
dimenticato di portare con sé lo schermo, e persino di controllare se era
ancora in grado di funzionare. Premette freneticamente il pulsante di
accensione, più volte, ma l’oggetto rimase nero: anche il suo tesoro era stato
danneggiato dall’esplosione.
Presto, molto presto,
gli effetti della radioattività si sarebbero fatti sentire. Dopo, la morte
l’avrebbe ghermito, permettendogli di ricongiungersi alla madre e al padre.
Josh lo sapeva, ma non aveva intenzione di disperarsi per questo: non c’era
nulla che potesse fare per rimediare al disastro, o per salvarsi. Accettava il
suo destino, senza recriminare o piangerci su. La guerra era proprio finita,
ora. Almeno per lui.
Una pioggia sottile
cadeva dal cielo. Pioggia acida, ma vera. Posò a terra lo strumento che gli
aveva allietato i tanti mesi trascorsi dalla morte dei genitori, e si rivolse
agli animali, che continuavano ad aggirarsi, sconsolati, tra le macerie della
casa. “Tra qualche giorno moriremo”, affermò, con il tono lento e solenne di
chi sta annunciando un evento ineluttabile. “Però staremo insieme, fino alla
fine”.
Sollevò gli occhi verso
il blu cupo che lo sovrastava, aggiungendo “E fino a quel giorno possiederemo
ancora il colore del cielo”. Mentre gratificava di una carezza fugace Dog, Cat
e Cattie, concluse “Soltanto noi, in tutta la terra”.
martedì 3 gennaio 2017
LA CERIMONIA di Fabio Calabrese
Se, oltre che il
veterinario di famiglia, non fossi amico di vecchissima data di Buck e Bibi,
non avrei accettato l'invito. Certe cose mi disturbano. Vedete, io penso che
gli umani sono “solo umani”, ma proprio in quanto umani, hanno una loro dignità
che noi non rispettiamo di certo quando li trasformiamo in caricature di noi
stessi.
Quando sono arrivato a
casa di Buck e Bibi, Paolo e Chiara mi sono subito corsi incontro facendomi
festa alla maniera degli umani, buttandomi le braccia al collo e cercando di
baciarmi. Sono creature molto affettuose, e io sono il loro medico da anni.
Solo dopo che Buck è
intervenuto con energia per riportare l'ordine, ho cominciato a focalizzare
meglio la situazione.
Chiara era stata vestita
con una tutina bianca, i capelli lunghi le erano stati accuratamente pettinati,
e sulla testa le era stato fissato un velo con dei fermagli. La tutina che era
stata messa a Paolo, invece, era nera e sul davanti aveva una pettorina che
simulava lo sparato di uno smoking col disegno di una cravatta.
I capelli di Paolo erano
stati tagliati corti, e la barba, sapete che di solito i maschi umani hanno
questa pelosità che esce dalle guance e dal mento e forma come un cespuglio o
una spazzola; bene, era stata ridotta a un filo sottile che gli incorniciava la
parte inferiore della faccia, era una cosa strana ma in un certo senso
elegante.
La tutina bianca
aderente di Chiara lasciava vedere perfettamente la rotondità dell'addome.
Sapevo che sarebbe toccato a me occuparmene. Nelle femmine umane, il canale del
parto è molto stretto rispetto alla testa del nascituro, a paragone delle
femmine di altre specie, e i parti sono difficili e dolorosi. Per fortuna, le
gravidanze umane sono anche lunghe, mancavano ancora diversi mesi e avevo tutto
il tempo per preparare l'occorrente.
Ora che mi guardavo in
giro, vedevo che la casa era affollata: c'erano tre o quattro ospiti che non
conoscevo, amici di Buck e Bibi, e un paio di umani evidentemente di proprietà
di questi ultimi.
I padroni di casa ci
fecero accomodare nel salotto buono, la stanza più ampia della casa che per
l'occasione era stata attrezzata a locale per la cerimonia. In fondo alla
stanza era stato piazzato un tavolo ricoperto da una lunga tovaglia bianca che
ricadeva fino a terra.
Al centro del tavolo era
stato collocato un grosso libro su di un leggio, e ai lati due candelieri con
le candele accese, era insomma la passabile imitazione di un altare.
Paolo e Chiara furono
fatti sedere davanti all'altare improvvisato, dietro il quale Buck prese posto
come officiante. Bibi si posizionò alle spalle dei due “sposi”.
Si, lo so, l'idea di un
matrimonio fra umani è ridicola, ma i miei ospiti prendevano la cosa molto sul
serio.
Buck si mise a leggere
la formula, sempre quella che si tramanda da tempo immemorabile, e nonostante
il grottesco della circostanza, non potei fare a meno di ammirarne una volta di
più la bellezza suggestiva, la forza poetica.
“Vuoi tu, Paolo,
prendere in moglie la qui presente Chiara nel bene e nel male, in ricchezza e
povertà, in salute e malattia, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte
non vi separi?”
Bibi rispose di si per
Paolo, poi fece la stessa cosa per Chiara quando la formula fu ripetuta per
lei.
Buck concluse la
cerimonia dichiarando Paolo e Chiara marito e moglie.
Devo dire che i due
umani se ne stettero buoni e tranquilli per tutta la cerimonia. Naturalmente,
essa per loro non aveva nessun significato, ma erano contenti della
soddisfazione dei loro padroni. Gli umani sono creature molto sensibili.
Fu portata la torta: era
su tre piani, quello superiore, più piccolo, era dolce per gli umani, gli altri
due, di pasticcio di carne, per noi.
Buck mise il coltello in
mano a Paolo – naturalmente si trattava di un coltello-spatola non affilato – e
lo guidò a tagliare la torta. Dovette guidare la sua mano verso il piano più
alto; gli umani, non bisogna dimenticarlo, hanno un olfatto pessimo, ma poi se
l'è cavata egregiamente a tagliare le fette. Gli umani sono creature
intelligenti e con una notevole manualità, se ben addestrati, possono fare cose
incredibili.
A questo punto, sono
intervenuto e ho raccomandato a Buck e Bibi di evitare che Paolo e Chiara si
abbuffassero.
Questa è una cosa che
sto ripetendo da anni a tutti i miei clienti. Il fatto è che molti di loro
hanno idee vaghe sulle necessità alimentari degli umani. Gli umani sono golosi
di dolci e molti tendono a rimpinzarli, ma questa è una cosa pessima. Sebbene
gli umani riescano a metabolizzare gli zuccheri, in quantità eccessive sono
molto dannosi, specialmente se si tratta di umani di casa che fanno una vita
sedentaria.
Molti hanno l'abitudine
di dare agli umani le stesse cose che mangiano loro, o magari i loro avanzi.
Di per sé il nostro cibo
non fa male agli umani, ma non bisogna esagerare e occorre prudenza, non
dimentichiamo che gli umani hanno un olfatto poco efficiente, e fanno fatica a
capire se la carne è avariata.
Soprattutto, molti
dimenticano che gli umani sono onnivori e hanno bisogno di una dieta variata.
Occorre dare loro anche cereali, legumi, frutta, verdure.
Quando me ne sono
andato, ero in preda a sentimenti contrastanti. In un certo senso si può dire
che era stata una bella festa, ma mi aveva messo in imbarazzo.
Credo che sia naturale
in tutti i proprietari di umani una certa tendenza a caninizzarli, ma insomma
si dovrebbe quanto meno cercare di evitare le esagerazioni.
venerdì 30 dicembre 2016
giovedì 22 dicembre 2016
domenica 11 dicembre 2016
FANTAVALTELLINA di Giuseppe Novellino
Nei primi giorni del giugno scorso,
Giuseppe Garibaldi è uscito dalla sua statua che dà il nome alla bella piazza
di cui tutti i sondriesi sono orgogliosi. E se ne è andato in giro per le vie
del centro, guardando le vetrine, passando attraverso i corpi della gente, in
una calda serata di inizio estate. Qualcuno l’ha visto, ovviamente, altrimenti
non sarei qui a parlarne. L’ectoplasma dello storico personaggio avrebbe fatto
anche una puntatina in banca, così, tanto per curiosare sui comportamenti
finanziari dell’attuale società. Lui, certo, di soldi non aveva bisogno. Poi è rientrato nella statua, dando, a
detta di qualcuno, appuntamento per il prossimo anno. Mi sono imbattuto nella notizia solo
qualche giorno fa, quando ho visto un servizio della Tele locale. Si
intervistavano tre esperti di parapsicologia, arrivati a Sondrio in veste di
acchiappa fantasmi (con tanto di camice bianco, dico sul serio), non solo con
l’intento di documentarsi sulla recente apparizione dell’Eroe dei Due Mondi, ma
anche con l’idea di verificare l’avvistamento, nei nostri boschi, di due gnomi
e di un unicorno. La Valtellina sarebbe dunque infestata da
fantasmi e da creature mitologiche. Dopo gli UFO della Valmalenco, assistiamo
ancora al verificarsi di fenomeni che più che estranei definirei stranianti.
Prima, con quegli incontri ravvicinati del solito tipo, eravamo piombati in un
film di Spielberg; oggi, invece, siamo in piena fantasy. Questa nostra Fantavaltellina mi lascia un
po’ stordito. Va bene, un po’ sono orgoglioso di sapere che la nostra città ha
un fantasma, e che razza di fantasma! Ma poi mi chiedo quale sia il significato
del propagarsi di simili dicerie. Non credo che il motivo sia quello di
distogliere l’attenzione da problemi più concreti e più gravi. Infatti, chi si
lascerebbe distrarre dall’idea che Giuseppe Garibaldi vada a fare un giretto
nella sede della Banca Popolare, oppure che un unicorno pascoli nei boschi già
pieni di cinghiali e di cervi? Come i dischi volanti della Val Malenco non sono
riusciti a scuoterci più di tanto, così questi spiritelli fuori luogo e fuori
tempo non possono esercitare un grande potere su di noi. Siamo nell’era del
computer, dello smartphone, della pley-station, del dolby stereo. Cosa volete
che possano fare degli gnomi, degli unicorni e dei fantasmi d’ottocentesca
provenienza, e per lo più “reali”. E meno che meno verrebbero impressionati i
bambini, i quali, vedendo il famoso cavallo monocornuto, scrollerebbero le
spalle e direbbero semplicemente: – Figo, è tale e quale a quello del mio
videogioco. La ragione, secondo me, va ritrovata nella
mente di tanti adulti che non sanno più leggere un buon romanzo di fantascienza
o una novella fantasy. Eppure di questo hanno legittimamente bisogno. I
tre acchiappa fantasmi di cui sopra forse lo sanno e magari lucrano proprio su
tale carenza.
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